Primo incontro dell’Università terza età

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L’ammonimento profetico di Vladimir Sergeevič Solov’ëv

Vladimir Sergeevič Solov’ëv, nome poco conosciuto in Italia, è stato un filosofo, teologo, poeta e critico letterario:nome importante della letteratura russa Si dedicò soprattutto alla filosofia (influenzando il pensiero religioso di Nikolaj Aleksandrovič Berdjaev, di Pavel Aleksandrovič Florenskij e di Sergej Nikolaevič Bulgakov), e alla poesia (ispiratore di Andrej Belyj, pseudonimo di Boris Nikolaevič Bugaev e di Aleksandr Aleksandrovič Blok): un vero artefice del rinascimento spirituale dell’inizio del ‘900.

Solov’ëv nacque a Mosca il 16 gennaio del 1853, figlio di uno storico russo. La famiglia era di estrazione contadina, ma soprattutto il padre riuscì ad entrare nel ceto intellettuale. Con instancabile lavoro guadagnò stima nella società pur restando al di fuori della ristretta cerchia professorale. Per parte materna, Solov’ëv discendeva dai nobili ucraino-polacchi dei Romanov: cognome della stessa dinastia zarista. L’atmosfera domestica dei primi anni di Vladimir fu favorevole alla sua successiva crescita spirituale. Il padre si distingueva nell’austerità del suo carattere, nella sua straordinaria sistematicità devota agli studi storici, nel vigore con il quale quasi ogni anno pubblicava i tomi della sua Storia della Russia (dal 1851 al 1879), dandone alle stampe ventinove, assai apprezzati dagli storici contemporanei. In famiglia, tutto era sottoposto a regole ferree, che garantivano quella straordinaria produzione scientifica.

Solov’ëv frequentò sia il ginnasio a Mosca, dal 1864, che l’Università, dal 1869,  terminando gli studi nel 1873 . Il carattere straordinariamente dotato di Vladimir e le sue continue, passionali, ricerche delle “più alte verità” si manifestarono già in anni precoci. Solov’ëv iniziò a leggere giovanissimo gli slavofili, ovvero gli appartenenti a una corrente filosofica, politica, e letteraria, intesa al recupero dei valori politici, sociali, culturali, e religiosi, della Russia patriarcale e contadina, esaltando il patrimonio spirituale del popolo russo e avversando la cultura dall’Europa occidentale, liberale e industrializzata. Con questi  Solov’ëv prediligeva i grandi idealisti tedeschi: Johann Gottlieb FichteFriedrich von Schelling, Georg Wilhelm Friedrich HegelFriedrich Schleiermacher ed anche Arthur Schopenhauer. In questi anni ebbe modo di leggere anche testi materialisti, che lo indussero a gettare dalla finestra della sua camera le icone sacre ortodosse, scatenando la collera del padre. Sebbene il padre Sergej Michajlovič Solov’ëv fosse un liberale, voleva avvicinare con forza i suoi figli alla religione. Il padre considerava le letture materialiste del giovane come una malattia della crescita del proprio figlio.

Dal 1876 Vladimir Solov’ëv ottenne una cattedra all’Università di Mosca, e da qui passò al ministero dell’educazione a San Pietroburgo; ben presto, tuttavia, nel 1881, venne sospeso dall’incarico per motivi politici. Nello stesso anno pubblicò il volume “Lezioni sulla divina umanità”, in cui difese il “simbolo” cristologico espresso durante il Concilio di Calcedonia del 451 d.C., che definì l’esistenza in Cristo di due nature perfette: divina e umana. Un altro aspetto fondamentale del pensiero di Solov’v che emerge in questi anni riguarda la cosiddetta “teosofia”, ovvero un complesso di dottrine esoterico-filosofiche storicamente succedutesi dal XV al XX secolo, che si richiamano l’una all’altra, e che individua nella Sapienza Divina il tramite tra Dio e gli uomini. Secondo il nostro, questa sapienza, che si rivela pienamente in Cristo, si attua nella Chiesa che è “l’eterna amica“, “l’essere reale e femminile: la vera e pura e intera umanità“. Nella sua dimensione materiale, la Chiesa assumerà il suo aspetto perfetto allorché realizzerà l’unione delle diverse denominazioni cristiane e la convergenza fra Chiesa e Stato. Tra le altre opere di Solov’ëv occorre ricordare I fondamenti spirituali della vita (1884) e Sulla giustificazione del bene (1897).

Per Solov’ëv la divinità è concepita come unitotalità di bellezza e bene; mente ordinatrice che si ravvisa, non nella generalità dei singoli enti, ma nella gerarchia delle idee; amore che è principio unico, non relazionale, che precede l’essere, e lo crea quale, al contempo, aspirazione all’essere che materializza le idee per possederle nel mondo esteriore. La Filosofia è intesa da Solov’ëv come ricerca della verità, e l’etica come complementare ricerca della felicità. La bellezza è reciproca unione di infinito e finito, specchio della verità delle idee calata nel reale.

Solov’ëv fu critico feroce di Puškin, poeta-profeta romantico, perché la sua arte non era posta al servizio della verità ma di un egocentrismo giunto a fargli perdere la vita in un duello d’onore.
Fu critico di Tolstoj,  per la sua interpretazione del pacifismo come forma di nonviolenza, intesa come rinuncia al diritto e alla non prevaricazione dei più deboli, e fallimentare tentativo di conciliazione esteriore di contraddizioni interne. Inoltre gli rimproverava di predicare un Cristianesimo fasullo, senza Cristo e senza risurrezione: per Tolstoj, infatti, Gesù era un semplice uomo, che predicava una dottrina etica e non metafisica (un pericolo che corre oggi la Chiesa).

Negli ultimi scritti, particolarmente sul simbolismo dell’Anticristo, Solov’ëv criticò la visione del progresso come società prospera, felicità pacifica e comodità. Vide nel nascente ’900 un secolo di guerre, il fallimento delle ideologie, che esaltavano i progressi della scienza e della psicologia, incapaci di risolvere le domande di fondo della vita. Profetizzò la scristianizzazione dell’Occidente e un montante agnosticismo. Per una motivazione fortemente teologica, avvertì l’urgenza di superare la scissione fra Chiesa Cattolica e Ortodossa, che si proclamavano entrambe unico Corpo col Cristo, e la necessità di un ecumenismo dottrinale, non fondato su un’unione di primati e particolarismi storici delle Chiese (primato temporale del cattolicesimo, tradizione agli ortodossi, esclusiva protestante dell’ esegesi biblica). Qualche critico ha sostenuto che Fëdor Dostoevskij si ispirasse a Solov’ëv per la figura di Alëša ne I fratelli Karamazov.  Solov’ëv morì a Uzkoe, il 31 luglio 1900.

Opere si Solov’ëv tradotte in Italiano:

  • Sulla bellezza. Nella natura, nell’arte, nell’uomo., Dell’Asta Adriano – Edilibri – 2006.
  • Il significato dell’amore, Introduzione e traduzione di Adriano Dell’Asta, Edilibri, 2003.
  • Opera omnia / Islam ed ebraismo vol. 5, La Casa di Matriona – 2002.
  • La conoscenza integrale, La Casa di Matriona – 1998.
  • Fondamenti spirituali della vita, Lipa – 1998.
  • La sofia. L’eterna sapienza mediatrice tra Dio e il mondo, San Paolo Edizioni – 1996.
  • Scritti letterari. Saggi inediti di letteratura ed estetica, San Paolo Edizioni – 1995.
  • I tre dialoghi e il racconto dell’anticristo, Marietti,1975 e 1996, Vita e Pensiero 1995.
  • Sulla divinoumanità e altri scritti, Jaca Book – 1990.
  • Il problema dell’ecumenismo, Jaca Book – 1973.

Meditazione tenuta il 27 febbraio 2007 dell’arcivescovo emerito di Bologna Card. Giacomo Biffi

durante gli Esercizi Spirituali quaresimali alla Curia romana e a Papa Benedetto XVI

e pubblicata sul quotidiano “Il Foglio” del 15 marzo 2007.

 Alla fine del secolo XIX la mentalità più diffusa prevedeva per il secolo che stava per iniziare un avvenire di progresso, di prosperità, di pace. Già Victor Hugo, sul finire dell’Ottocento, aveva profetizzato: “Questo secolo è stato grande, il prossimo secolo sarà felice.

1. Solov’ëv non si lascia contagiare da tanto laicistico candore e, nella sua ultima opera, “I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo”, datata alla Pasqua del 1900, pochi mesi prima di morire, prevede che il secolo XX sarà contrassegnato da grandi guerre, da grandi rivoluzioni cruente, da grandi lotte civili. Sul finire del secolo, i popoli europei – persuasi dei gravi danni derivati dalle loro rivalità – daranno origine, egli dice, agli Stati Uniti d’EuropaMa … i problemi della vita e della morte, del destino finale del mondo e dell’uomo, resi più complicati e intricati da una valanga di ricerche e di scoperte nuove nel campo fisiologico e psicologico, rimangono come per l’addietro senza soluzione. Viene in luce soltanto un unico risultato importante, ma di carattere negativo: il completo fallimento del materialismo teoretico”. Ciò non comporterà però l’estendersi e l’irrobustirsi della fede. Al contrario, l’incredulità sarà dilagante. Sicché, alla fine si profila per la civiltà europea una situazione che potremmo definire di vuoto. In questo vuoto appunto emerge e si afferma la presenza e l’azione dell’Anticristo.

2. Più che la vicenda immaginata da Solov’ëv – nella quale l’Anticristo prima viene eletto presidente degli Stati Uniti d’Europa, poi è acclamato imperatore romano, si impadronisce del mondo intero, e alla fine si impone anche alla vita e all’organizzazione delle Chiese – mette conto di richiamare le caratteristiche che sono qui attribuite a questo personaggio. Era – dice Solov’ëv – “un convinto spiritualista”. Credeva nel bene e perfino in Dio, “ma non amava che se stesso”. Era un asceta, uno studioso, un filantropo. Dava “altissime dimostrazioni di moderazione, di disinteresse e di attiva beneficenza”. Nella sua prima giovinezza si era segnalato come dotto e acuto esegeta: una sua voluminosa opera di critica biblica gli aveva propiziato una laurea ad honorem da parte dell’Università di Tubinga. Ma il libro che gli ha procurato fama e consenso universali porta il titolo: “La via aperta verso la pace e la prosperità universale, dove “si uniscono il nobile rispetto per le tradizioni e i simboli antichi con un vasto e audace radicalismo di esigenze e direttive sociali e politiche, una sconfinata libertà di pensiero con la più profonda comprensione di tutto ciò che è mistico, l’assoluto individualismo con un’ardente dedizione al bene comune, il più elevato idealismo in fatto di principi direttivi con la precisione completa e la vitalità delle soluzioni pratiche”. E’ vero che alcuni uomini di fede si domandavano perché non vi fosse nominato nemmeno una volta il nome di Cristo; ma altri ribattevano: “Dal momento che il contenuto del libro è permeato dal vero spirito cristiano, dall’amore attivo e dalla benevolenza universale, che volete di più?”. D’altronde, egli “non aveva per Cristo un’ostilità di principio”. Anzi ne apprezzava la retta intenzione e l’altissimo insegnamento.

Tre cose di Gesù, però, gli riuscivano inaccettabili.

  • Prima di tutto le sue preoccupazioni morali. “Il Cristo – affermava – col suo moralismo ha diviso gli uomini secondo il bene e il male, mentre io li unirò coi benefici che sono ugualmente necessari ai buoni e ai cattivi”.
  • Poi non gli andava “la sua assoluta unicità”. Egli è uno dei tanti; o meglio – diceva tra sé – è stato il mio precursore, perché il salvatore perfetto e definitivo sono io, che ho purificato il suo messaggio da ciò che è inaccettabile all’uomo di oggi.
  • Soprattutto, non poteva sopportare il fatto che Cristo fosse vivo, tanto che istericamente si ripeteva: “Lui non è tra i vivi e non lo sarà mai. Non è risorto, non è risorto, non è risorto! È marcito, è marcito nel sepolcro …”.

3. Ma dove l’esposizione di Solov’ëv si dimostra particolarmente originale e sorprendente – e merita la più approfondita riflessione – è nell’attribuzione all’Anticristo delle qualifiche di pacifista, di ecologista, di ecumenista.

  • Già s’è visto che la pace e la prosperità sono gli argomenti del capolavoro letterario del nostro eroe. Ma sono idee che egli riuscirà anche ad attuare. Nel secondo anno di regno, come imperatore romano e universale, potrà emettere il proclama: “Popoli della terra! Io vi ho promesso la pace e io ve l’ho data”. E proprio a questo proposito matura in lui la coscienza della sua superiorità sul Figlio di Dio: “Il Cristo ha portato la spada, io porterò la pace”. A ben capire il pensiero di Solov’ëv su questo punto, gioverà citare quanto egli dice nel terzo dialogo per bocca del Signor Z., l’interlocutore che rappresenta l’autore: “Cristo è venuto a portare sulla terra la verità, ed essa, come il bene, innanzitutto divide”. “C’è dunque – dice Solov’ëv – la pace buona, la pace cristiana, basata su quella divisione che Cristo è venuto a portare sulla terra precisamente con la separazione tra il bene e il male, tra la verità e la menzogna; e c’è la pace cattiva, la pace del mondo, fondata sulla mescolanza o unione esteriore di ciò che interiormente è in guerra con se stesso”. Quanto al pensiero sulla guerra nel senso più comune e ovvio del termine, ricordiamo che il primo dei tre dialoghi solovëviani è tutto dedicato alla critica del pacifismo tolstojano e della dottrina della non-violenza. La guerra – vi si afferma – è certamente un male, ma bisogna riconoscere che, sia nella vita dei singoli sia in quella delle nazioni, si danno situazioni in cui alla violenza malvagia non basta rispondere con gli ammonimenti e le buone parole. Possiamo dire che, secondo Solov’ëv, mentre gli ideali di pace e di fraternità sono valori cristiani indiscutibili e vincolanti, tali non possono essere ritenuti il pacifismo e la teoria della non-violenza che finiscono col risolversi troppo spesso in una resa sociale alla prevaricazione e in un abbandono senza difesa dei piccoli e dei deboli alla mercé degli iniqui e dei prepotenti.
  • L’Anticristo sarà poi anche un ecologista o almeno un animalista. Sono termini moderni che ovviamente Solov’ëv non usa; ma la sua descrizione è abbastanza chiara: “Il nuovo padrone della terra – egli precisa – era anzitutto un filantropo, pieno di compassione, non solo amico degli uomini ma anche amico degli animali. Personalmente era vegetariano, proibì la vivisezione e sottopose i mattatoi a una severa sorveglianza; le società protettrici degli animali furono da lui incoraggiate in tutti i modi”.
  • L’Anticristo infine si dimostrerà un eccellente ecumenista, capace di dialogarecon parole piene di dolcezza, saggezza ed eloquenza”. Convocherà i rappresentanti di tutte le confessioni cristiane a “un concilio ecumenico da tenere sotto la sua presidenza. La sua azione mirerà a cercare il consenso di tutti attraverso la concessione dei favori concretamente più apprezzati. “Se non siete capaci di mettervi d’accordo tra voi – dirà ai convenuti dell’assise ecumenica – spero di mettere d’accordo io tutte le parti, dimostrando a tutti il medesimo amore e la medesima sollecitudine per soddisfare la vera aspirazione di ciascuno”. Attuerà praticamente questo disegno, ridonando ai cattolici il potere temporale del Papa, erigendo per gli ortodossi un istituto per la raccolta e la custodia di tutti i preziosi cimeli liturgici della tradizione orientale, creando a vantaggio dei protestanti un centro di libera ricerca biblica lautamente finanziato. È un ecumenismo esteriore e “quantitativo”, che gli riuscirà quasi perfettamente: le masse dei cristiani entreranno nel suo gioco. Soltanto un gruppetto di cattolici con a capo il Papa Pietro II, un esiguo numero di ortodossi guidati dallo staretz Giovanni e alcuni protestanti che si esprimono per bocca del professor Pauli resisteranno al fascino dell’Anticristo. Costoro arriveranno ad attuare l’ecumenismo della verità, radunandosi in un’unica Chiesa e riconoscendo il primato di Pietro. Ma sarà un ecumenismo “escatologico”, realizzato quando ormai la storia è pervenuta alla sua conclusione: “Così – racconta Solov’ëv – si compì l’unione delle Chiese nel cuore di una notte oscura su un’altura solitaria. Ma l’oscurità della notte venne a un tratto squarciata da un vivido splendore e in cielo apparve un grande segno: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul capo una corona di dodici stelle”.

4. Qual è allora l’“ammonimento profetico” che arriva ai nostri tempi da questa specie di parabola del grande filosofo russo? Verranno giorni, ci dice Solov’ëv, quando nella cristianità si tenderà a risolvere il fatto salvifico, che non può essere accolto se non nell’atto difficile, coraggioso, concreto e razionale della fede, in una serie di “valori” facilmente esitabili sui mercati mondani. Da questo rischio dobbiamo guardarci. Anche se un cristianesimo che parlasse solo di “valori” largamente condivisibili ci renderebbe infinitamente più accettabili nei salotti, nelle aggregazioni sociali e politiche, nelle trasmissioni televisive, non possiamo e non dobbiamo rinunciare al cristianesimo “di Gesù Cristo”, il cristianesimo che ha al suo centro lo “scandalo” della croce e la realtà sconvolgente della risurrezione del Signore. Questo pericolo – vorrei aggiungere – nella società dei nostri tempi non è puramente ipotetico. Don Divo Barsotti ha detto una parola tremenda, ma di attualità incontestabile: in molte proposte, in molte iniziative, in molti discorsi delle nostre comunità – egli afferma – Gesù Cristo è una scusa per parlare d’altro. Il Figlio di Dio crocifisso e risorto, unico Salvatore dell’uomo, non è “traducibile” in una serie di buoni progetti e di buone ispirazioni, omologabili con la mentalità mondana dominante. E’ una “pietra”, come egli ha chiaramente detto di sé – e come noi raramente abbiamo il coraggio di ripetere –: su questa “pietra”, o (affidandosi) si costruisce o (contrapponendosi) ci si va a schiantare: “Chi cadrà su questa pietra sarà sfracellato; e qualora essa cada su qualcuno, lo stritolerà” (Mt 21,44).

5. Qualche chiarificazione a questo punto si impone. È indubitabile che il cristianesimo sia prima di ogni altra cosa “avvenimento”; ma è altrettanto indubitabile che questo avvenimento propone e sostiene dei “valori” irrinunciabili. Certo non si può, per amore di dialogo, sciogliere il fatto cristiano in una serie di valori condivisibili dai più; ma non si può neppure disistimare i valori autentici, quasi fossero qualcosa di trascurabile. Occorre dunque un discernimento.

  • Ci sono dei valori assoluti – o, come dicono i filosofi, trascendentali –: tali sono, ad esempio, il vero, il bene, il bello. Chi li percepisce e li onora e li ama, percepisce, onora, ama Gesù Cristo, anche se non lo sa e magari si crede anche ateo, perché nell’essere profondo delle cose Cristo è la verità, la giustizia, la bellezza.
  • Ci sono valori relativi (o categoriali), come il culto della solidarietà, l’amore per la pace, il rispetto per la natura, l’atteggiamento di dialogo eccetera. Questi meritano un giudizio più articolato, che preservi la riflessione da ogni ambiguità. Solidarietà, pace, natura, dialogo possono diventare nel non cristiano le occasioni concrete di un approccio iniziale e informale a Cristo e al suo mistero. Ma se nella sua attenzione essi si assolutizzano fino a svellersi del tutto dalla loro oggettiva radice o, peggio, fino a contrapporsi all’annuncio del fatto salvifico, allora diventano istigazioni all’idolatria e ostacoli sulla strada della salvezza. Allo stesso modo, nel cristiano, questi stessi valori – solidarietà, pace, natura, dialogo – possono offrire preziosi impulsi all’inveramento di una totale e appassionata adesione a Gesù, Signore dell’universo e della storia; è, per esempio, il caso di san Francesco d’Assisi. Ma se il cristiano, per amore di apertura al mondo e di buon vicinato con tutti, quasi senza avvedersene stempera sostanzialmente il fatto salvifico nella esaltazione e nel conseguimento di questi traguardi secondari, allora egli si preclude la connessione personale col Figlio di Dio crocifisso e risorto, consuma a poco a poco il peccato di apostasia, si ritrova alla fine dalla parte dell’Anticristo.

6. Nella prefazione a “I tre dialoghiSolov’ëv racconta che, ai suoi tempi, in qualche governatorato della Russia aveva cominciato a diffondersi una nuova religione, che aveva estremamente semplificato la sua attività di culto. I suoi adepti “dopo aver praticato in qualche angolo buio nella parete dell’isba un buco di media grandezza… applicavano ad esso le labbra e ripetevano molte volte con insistenza: isba mia, buco mio, salvatemi!”. In questa incredibile aberrazione – nota Solov’ëv – c’era almeno il pregio di un uso corretto dei termini: “l’isba la chiamavano isba e il buco… lo chiamavano buco”. Nel nostro mondo c’è invece di peggio, continua implacabilmente il filosofo. “L’uomo ha perduto l’antica schiettezza. La sua isba ha ricevuto la denominazione di “regno di Dio in terra”; quanto al buco, si è cominciato a chiamarlo ‘nuovo vangelo’”. (Qui la polemica con Tolstoj è scoperta e addirittura feroce). Ma il cristianesimo senza Cristo e senza la buona notizia di una reale e personale risurrezione “è poi la stessa cosa di uno spazio vuoto, come un semplice buco, praticato in una isba di contadini”. In conclusione, a me pare che anche e soprattutto oggi siamo alle prese con la cultura della pura e semplice “apertura”, della libertà senza contenuti, del niente esistenziale. Questa è la più grande tragedia del nostro tempo. Ma la tragedia diventa ancora più grande quando a questo “niente”, a queste “aperture”, a questi “buchi” si attribuisce per amore di dialogo qualche ingannevole etichetta cristiana. Fuori di Cristo – persona concreta, realtà viva, avvenimento – c’è solo il “vuoto” dell’uomo e la sua disperazione. In Cristo, che è il plèroma del Padre, l’uomo trova la sua pienezza e la sua sola speranza.

IL RACCONTO DELL’ANTICRISTO – Vladimir Sergeevic Soloviev

 

Il Signor Z. (legge) – C’era in questo tempo, tra i credenti spiritualisti, un uomo ragguardevole – molti lo chiamavano superuomo -, il quale era lontano dall’infanzia della mente e dall’infanzia del cuore. Egli era ancor giovane, ma grazie al suo genio eccelso a trentatré anni godeva fama di grande pensatore, di scrittore e di riformatore sociale. Cosciente di possedere in sé una grande forza spirituale, era sempre stato un convinto spiritualista e la sua vivida intelligenza gli aveva sempre indicato la verità di ciò a cui si deve credere: il bene. Dio, il Messia. Egli credeva in ciò, ma non amava che se stesso. Credeva in Dio, ma nel fondo dell’anima involontariamente e senza rendersene conto preferiva se stesso a Lui. Credeva nel Bene, ma l’Occhio dell’Eternità, che vede tutto, sapeva che quest’uomo si sarebbe inchinato davanti alla potenza del male, appena appena questa riuscisse a corromperlo, non con l’inganno dei sentimenti e delle basse passioni e nemmeno con la suprema attrattiva del potere, ma solleticando il suo smisurato amor proprio. Del resto questo amor proprio non era ne un istinto incosciente ne una folle pretesa. A parte il suo talento eccezionale, la sua bellezza e la sua nobiltà, anche le altissime dimostrazioni di moderazione, di disinteresse e di attiva beneficenza, parevano giustificare a sufficienza lo sconfinato amor proprio che nutriva per sé il grande spiritualista, l’asceta, il filantropo. Se gli si rinfacciava di essere così in abbondanza fornito di doni divini, egli vi scorgeva i segni particolari di una eccezionale benevolenza dall’alto verso di lui e si considerava come secondo dopo Dio, il figlio di Dio, unico nel suo genere. In una parola egli riconosceva in sé quelle che erano le caratteristiche del Cristo. Ma la coscienza della sua alta dignità all’atto pratico non prendeva in lui l’aspetto di un obbligo morale verso Dio e il mondo, ma piuttosto l’aspetto di un diritto e di una superiorità in rapporto agli altri e soprattutto in rapporto al Cristo. Ma non aveva per Cristo una ostilità di principio. Gli riconosceva l’importanza e la dignità di Messia; però con tutta sincerità vedeva in lui soltanto il suo augusto precursore. Per quella mente ottenebrata dall’amor proprio erano inconcepibili l’azione morale del Cristo e la Sua assoluta unicità. Egli ragionava così: “Cristo è venuto prima di me; io mi manifesto per secondo, ma ciò che viene dopo in ordine di tempo, in natura è primo. Io giungo ultimo alla fine della storia precisamente perché sono il salvatore perfetto, definitivo. Quel Cristo è il mio precursore. La sua missione era di precedere e preparare la mia apparizione”. E in base a quest’idea, il grande uomo del secolo XXI applicava a se tutto ciò che è detto nel Vangelo circa il secondo avvento, spiegando questo avvento non come il ritorno di Cristo stesso, ma come la sostituzione del Cristo precursore col Cristo definitivo, cioè se stesso.

In questo stadio «l’uomo del futuro» si presenta ancora in modo ben definito e originale. Considerava il suo rapporto con Cristo alla stessa guisa di Maometto, un uomo retto che non si può accusare di nessuna cattiva intenzione.
La preferenza piena di amor proprio, che egli fa di se stesso nei confronti del Cristo, verrà giustificata da quest’ uomo con un ragionamento di questo genere: «Il Cristo è stato il riformatore dell’umanità, predicando e manifestando il bene morale nella sua vita, io invece sono chiamato ad essere il benefattore di questa umanità, in parte emendata e in parte incorreggibile. Darò a tutti gli uomini ciò che è loro necessario. Il Cristo, come moralista ha diviso gli uomini secondo il bene e il male, mentre io li unirò con i benefici che sono ugualmente necessari ai buoni e ai cattivi. Sarò il vero rappresentante di quel Dio che fa sorgere il suo sole e per buoni e per i cattivi e distribuisce la pioggia sui giusti e sugli ingiusti. Il Cristo ha portato la spada, io porterò la pace. Egli ha minacciato alla terra il terribile ultimo giudizio. Però l’ultimo giudizio sarò io e il mio giudizio non sarà solo un giudizio di giustizia ma anche un giudizio di clemenza. Ci sarà anche la giustizia ma non una giustizia compensatrice bensì una giustizia distributiva. Opererò una distinzione fra tutti e a ciascuno darò ciò che gli è necessario.
E in questa magnifica disposizione, egli attende un chiaro appello di Dio che lo chiami all’opera della nuova salvezza dell’umanità, una testimonianza palese e sorprendente che lo dichiari il figlio maggiore, il primogenito diletto da Dio. Attende e nutre il suo amor proprio con la coscienza delle proprie virtù e delle proprie doti sovraumane; infatti egli è, come si dice, un uomo di una moralità irreprensibile e di un genio straordinario.
Questo giusto, pieno di orgoglio, attende la suprema sanzione per cominciare la propria missione che porterà alla salvezza del l’umanità, ma è stanco di aspettare. Ha già compiuto trent’anni e altri tre anni trascorrono. Ed ecco gli balena nella mente un pensiero e con un brivido ardente gli penetra fino al midollo delle ossa: «E se?… E se non fossi io, ma quell’altro… Il Galileo… S’egli non fosse il mio precursore, ma il vero primo ed ultimo? Però in tal caso dovrebbe essere vivente… Dov’è dunque Lui?… Se a un tratto mi venisse incontro… in questo momento, qui… Che Gli direi? Dovrei inchinarmi davanti a lui come l’ultimo cristiano scimunito e borbottare stupidamente come un qualsiasi cittadino russo: “Signore Gesù Cristo abbi pietà di me peccatore”, oppure prostrarmi a terra come una donnetta polacca? Io che sono un genio luminoso, il superuomo. No, mai! ». E a questo punto al posto dell’antico ragionevole e freddo rispetto per Dio e per il Cristo, germoglia e si sviluppa nel suo cuore dapprima una specie di timore e poi l’invidia ardente che opprime e contrae tutto il suo essere; infine l’odio furioso si impadronisce della sua anima. «Sono io, io, non Lui! Lui non è tra i viventi e non lo sarà mai. Non è risorto, non è risorto, non è risorto! È marcito, è marcito nel sepolcro, come l’ultima…». Con la schiuma alla bocca, a balzi convulsi, si lancia fuori dalla sua casa e dal suo giardino e fugge nella notte fonda e buia per un sentiero roccioso… Si placa il suo furore e ad esso succede una disperazione arida e pesante come quelle rocce, oscura come quella notte. S’arresta sull’orlo di un precipizio che cade a picco e ode di lontano il confuso fragore di un torrente che scorre in basso fra le rocce. Un’angoscia intollerabile gli opprime il cuore. A un tratto qualcosa si agita dentro di lui. «Lo chiamerò per chiedergli ciò che debbo fare?». E nell’oscurità gli appare un volto dolce e triste. «Egli ha compassione di me… No, mai! Non è risorto, non è risorto! ». E si getta nell’abisso. Ma qualche cosa di elastico come una colonna d’acqua, lo trattiene sospeso nell’aria, egli si sente sconvolto come da una scossa elettrica, e una forza arcana lo ributta indietro. Per un istante perde la conoscenza e si risveglia, in ginocchio a qualche passo dal precipizio. Davanti a lui si stagliava una figura avvolta in un nebuloso nimbo fosforescente e due occhi gli trapassavano l’anima con un sottile insopportabile bagliore… Vede quei due occhi penetranti e senza darsi conto se provenga dal suo intimo o dall’esterno ode una strana voce sorda, perfettamente contenuta e nello stesso tempo netta, metallica e priva affatto di anima come quella di un fonografo. E questa voce gli dice: «Mio amato figlio, in te è riposto tutto il mio affetto… Perché non sei ricorso a me? Perché hai onorato l’altro, il cattivo e il padre suo! Io sono dio e padre tuo. Ma quel mendicante, il crocifisso è estraneo a me e a te. Non ho altri figli all’infuori di te. Tu sei l’unico, il solo generato, uguale a me. Io ti amo e non esigo nulla da te. Così tu sei bello, grande, possente. Compi la tua opera nel tuo nome e non nel mio. Io non provo invidia nei tuoi confronti. Ti amo e non richiedo nulla da parte tua. L’altro, colui che tu consideravi come dio, ha preteso dal suo figlio obbedienza e una obbedienza illimitata fino alla morte di croce e sulla croce lui non lo ha soccorso. Io non esigo nulla da te, ma parimenti ti aiuterò. Per amor tuo, per il tuo merito, per la tua eccellenza e per il mio amore puro e disinteressato verso di te, io ti aiuterò. Ricevi il mio spirito. Come prima il mio spirito ti ha generato nella bellezza, così ora ti genera nella forza». A queste parole dello sconosciuto, le labbra del superuomo si sono involontariamente socchiuse, due occhi penetranti si sono accostati vicinissimi al suo volto ed ha provato la sensazione come se un getto pungente e ghiacciato penetrasse in lui e riempisse tutto il suo essere. E nel medesimo tempo si è sentito pervaso da una forza inaudita, da un vigore, da una agilità e da un entusiasmo mai provati. In quello stesso istante sono scomparsi a un tratto il fantasma luminoso e i due occhi e qualcosa ha sollevato il superuomo sopra la terra e d’un colpo lo ha deposto nel suo giardino.
Il giorno dopo, non solo i visitatori del grande uomo, ma perfino i servitori furono stupiti per il suo aspetto particolare, quasi ispirato. Ma sarebbero rimasti ancora più colpiti se avessero potuto vedere con quale rapidità e facilità soprannaturali, rinchiuso nel suo studio, egli scriveva la sua celebre opera La via aperta verso la pace e la prosperità universale. I precedenti libri e l’azione sociale del superuomo avevano incontrato dei severi critici, ancorché essi fossero per la maggior parte soprattutto religiosi e perciò privi di qualsiasi autorità; infatti quello di cui parlo è il tempo dell’Anticristo. E così, pochi erano stati coloro che avevano potuto ascoltare questi critici, quando indicavano in tutti gli scritti e in tutti i discorsi «dell’uomo del futuro» i segni di un amor proprio assolutamente intenso ed eccezionale ed esprimevano dubbi di fronte all’assenza di una vera semplicità, di rettitudine e di bontà di cuore.

Ma con questa sua nuova opera egli riuscì ad attirare a sé perfino alcuni che in precedenza erano stati suoi critici ed avversari. Questo libro, scritto dopo l’avventura dell’abisso, manifesta in lui la potenza di un genio senza precedenti. È qualcosa che abbraccia insieme e mette d’accordo tutte le contraddizioni. Vi si uniscono il nobile rispetto per le tradizioni e i simboli antichi con un vaste e audace radicalismo di esigenze e direttive sociali e politiche, uni sconfinata libertà di pensiero con la più profonda comprensione di tutto ciò che è mistico, l’assoluto individualismo con una ardente dedizione al bene comune, il più elevato idealismo in fatte di principi direttivi con la precisione completa e la vitalità delle soluzioni pratiche. Tutto questo risultava così unito e legato insieme con tale genialità d’arte che ogni singolo pensatore, ogni uomo d’azione, poteva facilmente scorgere ed accettare l’insieme soltanto sotto l’angolo particolare del proprio personale punto di vista. E questo senza nulla sacrificare della verità in se stessa, senza elevarsi per essa effettivamente al di sopra del proprio io, senza assolutamente rinunciare di fatto al loro esclusivismo, senza nulla correggere circa gli errori di opinione o di tendenza, senza colmare per nulla possibili lacune. Questo libro meraviglioso è subito tradotto nelle lingue di tutte le nazioni progredite e anche il alcune di quelle arretrate. Per un anno intero, in tutte le parti del mondo, migliaia di giornali sono pieni zeppi della pubblicità degli editori e dell’entusiasmo dei critici. Edizioni economiche, col ritratto dell’autore, si diffondono a milioni di esemplari e l’intero mondo civile (a quell’epoca cioè quasi tutto il globo terrestre) si riempie della gloria dell’uomo incomparabile, grande, unico! Nessuno osa ribattere a questo libro che appare a ciascuno come rivelazione della verità integrale. Tutto il passato vi è trattato con così perfetta giustizia, tutto il presente apprezzato con tanta imparzialità, sotto tutti gli aspetti e il futuro migliore è accostato in modo così evidente e palpabile, che ciascuno dice: «Ecco qui ciò di cui abbiamo bisogno; ecco un ideale che non è utopia, ecco un progetto che non è una chimera». E il prodigioso scrittore non se lo trascina tutti, ma ognuno lo trova gradevole e in tal modo si compie la parola del Cristo.
«Sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi accoglierete, un altro verrà nel suo proprio nome e voi l’accoglierete». Infatti per essere accolto bisogna essere piacevole
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Veramente alcune pie persone, pur lodando con calore il libro, si stanno a domandare perché mai non vi sia nominato nemmeno una volta il Cristo, ma altri cristiani ribattono: «Sia lodato Iddio! Nei secoli passati tutte le cose sacre sono state rese logore da ogni sorta di zelatori senza vocazione ed ora uno scrittore profondamente religioso deve essere molto circospetto. E visto che il contenuto del libro è permeato dal vero spirito cristiano, dall’amore attivo e dalla benevolenza universale, che volete ancora?». Questa risposta fa tornare l’accordo fra tutti. Poco dopo la pubblicazione della Via aperta, che fece del suo autore l’uomo più popolare che fosse mai comparso al mondo, si doveva tenere a Berlino l’assemblea costituente internazionale dell’Unione degli Stati Uniti d’Europa. Questa Unione, istituita dopo una serie di guerre esterne ed interne, collegate con la liberazione dal giogo dei Mongoli e che aveva mutato in modo considerevole la carta dell’Europa, questa Unione era esposta al pericolo di uno scontro, ora non più tra le nazioni, ma tra i partiti politici e sociali. I reggitori della politica generale europea, appartenenti alla potente confraternita dei framassoni, si rendevano conto della carenza di una autorità generale esecutiva. Raggiunta al prezzo di tanta fatica, l’Unione europea era ad ogni istante sul punto di disgregarsi. Nel consiglio dell’Unione o tribunale universale (Comité permanent universel) non si era raggiunta l’unanimità, perché i veri massoni, votati alla causa, non erano riusciti a impadronirsi di tutti i seggi. I membri indipendenti del Comitato stringevano fra loro degli accordi separati e questo fatto prospettava la minaccia di una nuova guerra. Allora gli «adepti» decisero di rimettere il potere esecutivo nelle mani di una sola persona, munita dei pieni poteri necessari. Il principale candidato era un membro segreto dell’ordine, «l’uomo del futuro». Era l’unica personalità che godesse di una rinomanza universale. Era per professione scienziato nel ramo della balistica e per posizione sociale un ricco capitalista; per questo aveva potuto annodare ovunque amichevoli relazioni con uomini appartenenti alla finanza e all’esercito. In altri tempi meno civili si sarebbe levata contro di lui la circostanza che la sua origine era coperta da una densa nube di incertezza. Sua madre, donna di facili costumi, era largamente nota in tutti e due gli emisferi, e troppi uomini di diverse condizioni avevano uguale motivo di ritenerlo loro figlio. Queste circostanze non potevano certo avere alcuna importanza in un secolo così progredito che perfino gli era toccato in sorte di essere l’ultimo. L’uomo del futuro fu eletto presidente a vita degli Stati Uniti d’Europa con la quasi unanimità di suffragi e, quando comparve alla tribuna in tutto lo splendore della sua sovrumana giovanile bellezza e della sua forza e con eloquenza ispirata espose il suo programma universale, l’assemblea sedotta ed affascinata, in uno slancio di entusiasmo, decise di conferirgli senza votazione l’onore supremo: il titolo di imperatore romano. Il congresso si chiuse fra il tripudio generale e il grande eletto emanò un proclama che cominciava così: «Popoli della terra! Vi do la mia pace! » e terminava con queste parole: «Popoli della terra! Si sono compiute le promesse! L’eterna pace universale è assicurata! Ogni tentativo di turbarla incontrerà immediatamente una insuperabile resistenza. Giacché d’ora in poi c’è sulla terra una potenza centrale più forte di tutte le altre potenze, sia prese separatamente che prese insieme. Questa potenza, che nulla può vincere e che prevale su tutti, appartiene a me il plenipotenziario, l’eletto dell’Europa, l’imperatore di tutte le sue forze. Il diritto internazionale possiede finalmente quella sanzione che fino adesso gli mancava. E d’ora innanzi nessuna potenza oserà dire: guerra, quando io dico: pace. Popoli della terra, la pace sia con voi! ». Questo manifesto produsse l’effetto desiderato. Ovunque fuori dell’Europa, specialmente in America, sorsero dei forti partiti fautori dell’impero che costrinsero i loro governi ad unirsi, a condizioni diverse, con gli Stati Uniti di Europa, sotto l’autorità suprema dell’imperatore romano. Qua e là in Asia e in Africa rimanevano ancora delle tribù e dei sovrani indipendenti. L’imperatore, con un esercito poco numeroso, ma scelto, formato da truppe russe, tedesche, polacche, ungheresi e turche, compie una passeggiata militare dall’Asia orientale fino al Marocco e senza grande spargimento di sangue sottomette tutti i recalcitranti. In tutte le regioni di queste due parti del mondo, egli nomina dei governatori, presi tra i magnati indigeni educati all’europea e a lui devoti. In tutti i paesi pagani, la popolazione, abbagliata ed affascinata, ne fa una divinità superiore. In un anno egli fonda la monarchia universale nel senso vero e proprio della parola. I germi della guerra vengono estirpati fin dalla radice. La lega universale della pace si riunisce per l’ultima volta, pronuncia un entusiastico panegirico per il grande fondatore della pace e poi si scioglie, non avendo più ragione di esistere. Nel secondo anno di regno, l’imperatore romano e universale emette un nuovo proclama: «Popoli della terra! Io vi ho promesso la pace e ve l’ho data. Ma la pace è bella soltanto con la prosperità. Colui che nella pace è minacciato dai mali della miseria non ha che una pace senza gioia. Venite dunque ora a me tutti voi che avete fame e freddo che io vi sazierò e vi riscalderò». E poi annuncia la semplice e completa riforma sociale che aveva già tracciata nel suo libro e aveva ormai affascinato tutti gli spiriti nobili e sensati. Ora grazie alla concentrazione nelle sue mani di tutte le finanze del mondo e di colossali proprietà fondiarie, egli poté realizzare questa riforma, venendo incontro ai desideri dei poveri, senza scontentare in modo sensibile i ricchi. Ciascuno cominciò a ricevere secondo le sue capacità.
Il nuovo padrone della terra era anzitutto un filantropo, pieno di compassione e non solo amico degli uomini, ma anche amico degli animali. Personalmente era vegetariano, proibì la vivisezione e sottopose i mattatoi a una severa sorveglianza; le società protettrici degli animali furono da lui incoraggiate in tutti i modi. La più importante di queste sue opere fu la solida instaurazione in tutta l’umanità dell’uguaglianza che risulta essere la più essenziale: l’uguaglianza della sazietà generale. Questo evento si compì nel secondo anno del suo regno. La questione sociale, economica, fu definitivamente risolta. Ma se la sazietà costituisce il primo interesse per chi ha fame, per quelli che sono sazi sorge il desiderio di qualche cosa d’altro. Perfino gli animali, quando sono sazi, vogliono di solito dormire, ma anche divertirsi. Tanto più l’umanità, che sempre post panem ha reclamato circenses. L’imperatore-superuomo comprende bene che cosa occorre per le moltitudini a lui sottoposte. In quel tempo giunge in Roma a lui dall’Estremo Oriente un grande operatore di miracoli, circondato da una fitta nube di strane avventure e di bizzarri racconti fiabeschi. Questo operatore di miracoli si chiamava Apollonio; era senza alcun dubbio un uomo di genio, metà asiatico metà europeo, vescovo cattolico in partibus infidelium, riuniva in sé in modo meraviglioso il possesso delle conclusioni più recenti e delle applicazioni tecniche della scienza occidentale, con la conoscenza e la capacità di servirsi di tutto ciò che è veramente fondato e importante nel misticismo dell’Oriente. Strabilianti saranno i risultati di una combinazione di tal genere! Apollonio giunge fra l’altro all’arte mezzo scientifica e mezzo magica di captare e di guidare a propria volontà l’elettricità dell’atmosfera, e fra il popolo si dice che egli fa discendere il fuoco dal cielo. Del resto, pur colpendo l’immaginazione della folla con svariati inauditi prodigi, non è sceso ancora ad abusare della propria potenza per scopi particolari. Così ecco che quest’uomo viene incontro al grande imperatore, lo saluta chiamandolo vero figlio di Dio; e gli dichiara di aver trovato nei libri segreti dell’Oriente predizioni che designano direttamente lui, l’imperatore, come ultimo salvatore che giudicherà l’universo e propone di mettere al suo servizio la propria persona e tutta la propria arte. Affascinato, l’imperatore lo accoglie come un dono del cielo e, dopo averlo decorato con titoli fastosi, non si separerà mai più da lui. E così i popoli della terra, colmati di benefici dal loro signore, ottengono, oltre la pace universale e la generale sazietà, anche la possibilità di dilettarsi costantemente con i prodigi e le apparizioni più sorprendenti. Intanto finisce il terzo anno di regno del superuomo.
Dopo la felice soluzione del problema politico e sociale, viene alla ribalta la questione religiosa. Fu lo stesso imperatore a sollevarla, affrontandola anzitutto nei suoi rapporti col cristianesimo. Questa era la situazione del cristianesimo in quel tempo. Nonostante una fortissima diminuzione del numero dei suoi fedeli — su tutto il globo terrestre non rimanevano più di quarantacinque milioni di cristiani — esso si era elevato e reso più compatto moralmente, guadagnando in qualità ciò che aveva perduto in numero. Non si contavano ormai fra i cristiani degli individui che non avessero più per il cristianesimo alcun interesse spirituale. Le diverse confessioni religiose avevano subito una diminuzione abbastanza similare nel numero dei fedeli, cosicché si era approssimativamente mantenuta fra di esse la stessa proporzione numerica di prima; per quanto concerne i loro sentimenti reciproci, anche se all’inimicizia non era subentrato un ravvicinamento completo, quella si era notevolmente addolcita e le opposizioni avevano perduto la loro primitiva asprezza. Il Papato da tempo era stato scacciato da Roma e dopo lunghe peregrinazioni aveva trovato un asilo a Pietroburgo, alla condizione di non svolgere propaganda nella città e nell’interno del paese. Il Papato si era notevolmente semplificato in Russia. Senza modificare nella sostanza il rigoroso ordinamento dei suoi collegi e dei suoi uffici, aveva dovuto rendere maggiormente spirituale il carattere della loro attività e similmente ridurre al minimo la fastosità del suo rituale e delle sue cerimonie. Molte costumanze strane ed allettanti, anche se non erano state abolite formalmente, andarono in disuso da sé. In tutti gli altri paesi, specialmente nell’America del Nord, la gerarchia cattolica possedeva ancora molti rappresentanti di forte volontà, di infaticabile energia e in una posizione indipendente: questi con maggior forza di prima stringevano in pugno l’unità della Chiesa cattolica e le conservavano il suo carattere internazionale cosmopolita. Per quanto concerne il protestantesimo, in testa al quale continuava a mantenersi la Germania, specie dopo che una parte considerevole della Chiesa anglicana si era riunita alla Chiesa cattolica, esso si era sbarazzato delle sue tendenze negatrici estreme, i cui sostenitori erano passati apertamente all’indifferentismo religioso e all’incredulità. Nella Chiesa evangelica erano rimasti soltanto i sinceri credenti, in testa ai quali stavano uomini che riunivano in sé una vasta dottrina insieme ad una profonda religiosità e che sempre più rafforzavano in sé l’aspirazione a riprodurre in se stessi la viva immagine del vero cristianesimo primitivo. L’ortodossia russa, dopo che gli avvenimenti politici avevano mutato la posizione ufficiale della Chiesa, aveva perduto molti milioni di sedicenti fedeli, adepti solo di nome; in compenso provava la gioia di essere unita alla parte migliore dei vecchi credenti e perfino ai seguaci di molte sette animate da uno spirito religioso positivo. Questa Chiesa rinnovata, senza aumentare di numero, prese a sviluppare le sue forze spirituali, che manifestava in particolar modo nella sua lotta interna contro le sette estremiste che si erano moltiplicate tra il popolo e nella società e non esenti da elementi demoniaci e satanici.
Durante i primi due anni del nuovo regime, tutti i cristiani ancora impauriti e stanchi dalla serie di guerre e rivoluzioni precedenti, dimostravano, nei riguardi del nuovo sovrano e delle sue pacifiche riforme, in parte una benevola aspettativa, in parte una decisa simpatia e perfino un ardente entusiasmo. Ma, al terzo anno, con la comparsa del grande mago, molti, ortodossi, cattolici ed evangelici, cominciarono a provare serie apprensioni e antipatie. Ci si pose a leggere con maggiore attenzione e a commentare con più vivacità i testi evangelici e apostolici che parlavano del principe di questo mondo e dell’Anticristo. L’imperatore, subodorando da certi indizi che si stava addensando una tempesta, decise di mettere le cose in chiaro al più presto. Al principio del quarto anno di regno, egli pubblicò un manifesto indirizzato a tutti i fedeli cristiani di ogni confessione, invitandoli a scegliere o nominare dei rappresentanti muniti di pieni poteri, in vista di un concilio ecumenico da tenere sotto la sua presidenza. La residenza imperiale a quel tempo era stata trasferita da Roma a Gerusalemme. La Palestina era allora una provincia autonoma, abitata e governata in prevalenza da Ebrei. Gerusalemme era una città libera diventata in seguito città imperiale. I luoghi sacri ai cristiani erano rimasti intatti; ma sulla vasta piattaforma di Haram-es-Scerif, partendo da Birket-Israin e dall’attuale caserma da un lato fino alla moschea di El-Aksa e alle «Scuderie di Salomone» dall’altro lato, s’innalzava un enorme edificio che comprendeva oltre a due piccole moschee antiche, uno spazioso «tempio» imperiale, destinato all’unione di tutti i culti, due fastosi palazzi imperiali con biblioteche, musei e dei locali particolari per esperimenti ed esercizi di magia. In questo edificio mezzo tempio e mezzo palazzo, doveva aprirsi, alla data del 14 settembre, il concilio ecumenico. Poiché la confessione evangelica non ha clero nel vero senso della parola, i prelati cattolici e ortodossi, per dare, conforme al desiderio dell’imperatore, una certa omogeneità alla rappresentanza di tutte le confessioni della cristianità, decisero di permettere che partecipasse al concilio un certo numero di laici, noti per la loro pietà e la loro dedizione agli interessi della Chiesa; e una volta ammessi i laici non si poteva escludere il basso clero, secolare e regolare. In tal modo il numero complessivo dei mèmbri del concilio superò i tremila, ma circa mezzo milione di pellegrini cristiani invase Gerusalemme e tutta la Palestina. Fra i mèmbri del concilio tre erano posti in particolare evidenza. In primo luogo il papa Pietro II che stava per diritto a capo della sezione cattolica del concilio. Il suo predecessore era morto mentre era in viaggio per recarsi al concilio e il conclave, riunitesi a Damasco, aveva eletto all’unanimità il cardinale Simone Barionini che aveva assunto il nome di Pietro II. Proveniva da una povera famiglia della provincia di Napoli ed era diventato famoso come predicatore dell’ordine dei Carmelitani e inoltre per aver reso grandi servizi nella lotta contro una setta satanica, che si era affermata a Pietroburgo e nei suoi dintorni pervertendo non solo gli ortodossi ma anche i cattolici. Divenuto arcivescovo di Moghilev e in seguito fatto cardinale, era già in anticipo designato alla tiara. Era un uomo di cinquant’anni di media statura, di costituzione robusta, di colorito rosso, naso adunco, folte sopracciglia. Era ardente e impetuoso, parlava con foga con ampi gesti e trascinava, più che non li persuadesse, i suoi uditori. Verso il padrone del mondo, il nuovo Papa dimostrava diffidenza e antipatia, specie dopo il fatto che il defunto pontefice, mentre si recava al concilio, aveva ceduto alle insistenze dell’imperatore e aveva nominato cardinale l’esotico vescovo Apollonio, già cancelliere imperiale e gran mago universale, che Pietro riteneva dubbio cattolico, ma autentico impostore. Capo effettivo degli ortodossi, benché in forma non ufficiale era lo starets Giovanni assai noto fra il popolo russo. Benché figurasse ufficialmente come vescovo «a riposo» egli non viveva in nessun monastero e andava sempre in giro da tutte le parti. Sul suo conto correvano varie leggende. Alcuni assicuravano che era Fjodor Kuzmic risorto, vale a dire l’imperatore Alessandro morto circa tre secoli prima. Altri andavano più avanti e affermavano che egli era il vero starets Giovanni, cioè l’apostolo Giovanni il Teologo che non era mai morto e si era manifestato apertamente negli ultimi tempi. Da parte sua egli non diceva nulla circa la sua origine e circa la sua giovinezza. Era adesso un vecchio di molti anni ma aitante, con la canizie dei capelli ricciuti e della barba che tirava ad una tinta giallastra e perfino verde; era di statura alta e corpo magro, ma aveva guance piene e leggermente rosee occhi vivi e scintillanti e un’espressione dolcemente bonaria nella faccia e nel modo di parlare; portava sempre una tunica bianca e un candido mantello. A capo della delegazione evangelica del concilio stava l’eruditissimo teologo tedesco, professor Ernst Pauli. Era un vecchietto di bassa statura, asciutto, con fronte spaziosa naso aguzzo, mento rasato e liscio. I suoi occhi brillavano di una particolare fiera bonomia. Ad ogni momento si stropicciava le mani, scuoteva la testa, aggrottava le ciglia in modo terribile e spingeva ‘in avanti le labbra; intanto con occhi sfavillanti pronunciava con voce cupa dei suoi interrotti: «So! Nun! Ja! So also!». Indossava l’abito di cerimonia: cravatta bianca, e lunga redingote da pastore con alcune decorazioni.

L’apertura del concilio fu imponente. Per due terzi dell’immenso tempio consacrato «all’unione di tutti i culti» erano disposte panche e altri sedili per i mèmbri del concilio, l’altro terzo era occupato da un alto palco, dove oltre al trono dell’imperatore e ad un altro un po’ più basso destinato al gran mago – egli era infatti cardinale cancelliere imperiale – si trovavano più indietro file di poltrone riservate ai ministri, ai dignitari di corte e ai segretari di Stato. Ai lati c’erano ancor più lunghe file di poltrone di cui non si conosceva la destinazione. Nelle tribune si trovavano delle orchestre di musicanti e nella piazza vicina erano schierati due reggimenti della guardia e una batteria per le salve d’onore. I membri del concilio avevano già celebrato i loro servizi divini nelle varie chiese in quanto l’apertura del concilio doveva avere un carattere completamente laico. Quando l’imperatore fece il suo ingresso insieme al gran mago ed al seguito, e l’orchestra attaccò “la marcia dall’umanità unita” che serviva da inno imperiale e internazionale, tutti i membri del concilio si alzarono m piedi e agitando i loro cappelli gridarono tre volte a gran voce: « Vivat! Urrah! Hoch!». L’imperatore, ritto in piedi accanto al trono, tese il braccio con maestosa affabilità e disse con voce sonora e gradevole: «Cristiani di tutte le confessioni! Miei amatissimi sudditi e fratelli! Fin dagli inizi del mio regno, che l’Altissimo ha benedetto con opere così meravigliose e gloriose, non una volta ho avuto motivo di essere scontento di voi; voi avete sempre fatto il vostro dovere secondo fede e coscienza. Ma questo per me non basta. Il sincero amore ch’io provo per voi, fratelli amatissimi, anela di essere ricambiato. Voglio che non per senso di dovere, ma per un sentimento di amore che viene dal cuore, voi mi riconosciate per vostro vero capo, in ogni azione intrapresa per il bene dell’umanità. E così oltre alle cose che faccio per tutti, vorrei darvi un segno di particolare benevolenza. Cristiani, come potrei io rendervi felici? Che posso darvi non come miei sudditi, ma come miei correligionari, miei fratelli? Cristiani! Ditemi ciò che vi sta più a cuore nel cristianesimo affinché io possa dirigere i miei sforzi in questa direzione». Egli si arrestò ed attese. Nel tempio correva un brusio soffocato. I mèmbri del concilio bisbigliavano tra loro. Papa Pietro, gesticolando con calore, spiegava qualcosa a quelli che gli stavano attorno. Il professor Pauli scuoteva la testa e faceva schioccare le labbra con accanimento. Lo starets Giovanni, piegandosi verso un vescovo d’Oriente e un cappuccino, suggeriva loro qualcosa con voce sommessa. Dopo aver atteso qualche minuto, l’imperatore si rivolse di nuovo al concilio con lo stesso tono affabile di prima, ma in cui risonava appena un’impercettibile nota di ironia: «Cari cristiani, disse, comprendo come vi riesca difficile darmi una risposta diretta. Voglio darvi una mano. Disgraziatamente da tempo così immemorabile voi vi siete frazionati in sette e partiti diversi che forse tra voi non c’è nemmeno un argomento che susciti la vostra comune simpatia. Ma se non siete capaci di mettervi d’accordo tra voi, spero di mettere d’accordo io tutte le parti, dimostrando a tutti il medesimo amore e la medesima sollecitudine per soddisfare la vera aspirazione di ciascuno. Cari cristiani! So che molti fra voi, e non gli ultimi, hanno più caro di tutto nel cristianesimo quell’autorità spirituale che esso da ai suoi legittimi rappresentanti e non per loro particolare vantaggio, ma senza dubbio per il bene comune, poiché su questa autorità si basa il giusto ordine spirituale, nonché la disciplina morale, indispensabile per tutti. Cari fratelli cattolici! Oh, come capisco il vostro modo di vedere e come vorrei appoggiare la mia potenza sull’autorità del vostro capo spirituale! E perché non crediate che si tratti di lusinghe e di vane parole, noi dichiariamo solennemente: per nostra autocratica volontà, il vescovo supremo di tutti i cattolici, il papa romano, da questo momento è reintegrato nel suo seggio di Roma, con tutti i diritti e le prerogative di un tempo, inerenti a questa condizione e a questa cattedra e che un giorno gli furono conferiti dai nostri predecessori a cominciare da Costantino il Grande. Ma per questo, fratelli cattolici, voglio soltanto che dall’intimo del cuore riconosciate in me il vostro unico difensore ed unico protettore. Coloro che per coscienza e sentimento mi riconoscono tale vengano qui vicino a me». E indicava i posti vuoti sul palco. Con esclamazioni di gioia — «Gratias agimus! Domine! Salvum fac magnum imperatorem» — quasi tutti i principi della Chiesa cattolica, cardinali e vescovi, la maggior parte dei credenti laici e più della metà dei monaci salirono sul palco e dopo essersi profondamente inchinati davanti all’imperatore, andarono ad occupare le poltrone loro destinate. Ma giù, in mezzo all’assemblea, diritto e immobile come una statua di marmo, il papa Pietro II rimase al suo posto. Tutti coloro che prima gli stavano intorno ora si trovavano sul palco. Allora la schiera ormai diradata dei monaci e dei laici, che era rimasta in basso, si spostò e si strinse attorno a lui in un anello serrato da cui si udiva un mormorio contenuto: «Non praevalebunt, non praevalebunt portae inferi». Guardando con sorpresa il papa immobile, l’imperatore alzò di nuovo la voce: «Cari fratelli! So che fra voi ci sono di quelli per i quali le cose più preziose del cristianesimo sono la sua santa tradizione, i vecchi simboli, i cantici e le preghiere antiche, le icone e le cerimonie del culto. E in realtà che cosa vi può essere di più prezioso di questo per un’anima religiosa? Sappiate dunque, miei diletti, che oggi ho firmato lo statuto e fissata la dotazione di larghi mezzi per il museo universale dell’archeologia cristiana che verrà fondato nella nostra gloriosa città imperiale di Costantinopoli, con lo scopo di raccogliere, studiare e conservare tutti i monumenti dell’antichità ecclesiastica, principalmente quelli della Chiesa orientale; vi prego poi che domani eleggiate fra voi una commissione con l’incarico di studiare con me le misure da prendere per riavvicinare, quanto più possibile, i costumi e le usanze della vita attuale, alla tradizione e alle istituzioni della Santa Chiesa Ortodossa! Fratelli ortodossi! quelli che hanno in cuore questa mia volontà, quelli che per intimo sentimento mi possono chiamare loro vero capo e signore vengano qui sopra». E la maggior parte dei prelati dell’Oriente e del Nord, la metà dei vecchi credenti e più della metà dei preti, dei monaci e dei laici ortodossi salirono sul palco e con grida di gioia, dando uno sguardo di sfuggita ai cattolici che già vi stavano assisi con aria di importanza. Ma lo starets Giovanni non si mosse e diede un forte sospiro. E quando la folla attorno a lui si fu alquanto diradata, lasciò il suo banco e andò a sedersi vicino a papa Pietro e al suo gruppo. Dietro di lui si avviarono anche tutti gli altri ortodossi che non erano saliti sul palco. L’imperatore prese di nuovo a parlare: «Mi sono noti fra voi, cari cristiani, anche coloro che nel cristianesimo apprezzano più di tutto la personale sicurezza in fatto di verità e la libera ricerca riguardo alla Scrittura. Non occorre che mi diffonda su quello che ne penso io. Voi sapete forse che fin dalla mia prima giovinezza ho scritto sulla critica biblica una voluminosa opera, che a quel tempo ha fatto un certo rumore e ha dato inizio alla mia notorietà. Ed ecco che probabilmente in ricordo di questo fatto l’università di Tubinga in questi giorni mi ha rivolto la richiesta di accettare la sua laurea ad honorem di dottore in teologia. Ho ordinato di rispondere che accettavo con gioia e gratitudine. E oggi, insieme al decreto per la fondazione del museo d’archeologia cristiana, ho firmato quello per la creazione di un istituto universale per la libera ricerca sulla Sacra Scrittura in tutte le sue parti e da tutti i punti di vista, nonché per lo studio di tutte le scienze ausiliarie, con un bilancio annuale di un milione e mezzo di marchi. Quelli di voi che hanno a cuore queste mie sincere disposizioni e che con puro sentimento possono riconoscermi per loro capo sovrano, li prego di venire qui, accanto al nuovo dottore in teologia». E le belle labbra del grande uomo si allungarono lievemente in uno strano sorriso. Più della metà dei sapienti teologi si mosse verso il palco, sia pure con qualche indugio e qualche esitazione. Tutti volsero lo sguardo verso il professor Pauli che pareva abbarbicato al suo seggio. Egli abbassava profondamente il capo, curvandosi e contraendosi. I sapienti teologi che erano saliti sul palco rimasero confusi, anzi uno di essi a un tratto agitò il braccio e saltò giù direttamente in basso accanto alla scala e, zoppicando un po’, corse a raggiungere il professor Pauli e la minoranza rimasta con lui. Pauli sollevò il capo, si alzò con un movimento un po’ indeciso, si diresse verso i banchi rimasti vuoti e, accompagnato dai suoi correligionari che avevano tenuto fermo, venne con essi a sedersi accanto allo starets Giovanni, al papa Pietro e ai loro gruppi.
La grande maggioranza dei mèmbri del concilio si trovava sul palco, ivi compresa quasi tutta la gerarchia dell’Oriente e dell’Occidente. In basso erano rimasti soltanto tre gruppi di uomini che si erano avvicinati gli uni agli altri e che si stringevano accanto allo starets Giovanni, al papa Pietro e al professor Pauli.
Con accento di tristezza, l’imperatore si rivolse a loro dicendo:«Che cosa posso fare ancora per voi? Strani uomini! Che volete da me? Io non lo so. Ditemelo dunque voi stessi, o cristiani abbandonati dalla maggioranza dei vostri fratelli e capi, condannati dal sentimento popolare; che cosa avete di più caro nel cristianesimo?». Allora simile a un cero candido si alzò in piedi lo starets Giovanni e rispose con dolcezza: «Grande sovrano! Quello che noi abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso. Lui Stesso e tutto ciò che viene da Lui, giacché noi sappiamo che in Lui dimora corporalmente tutta la pienezza della Divinità. Da te, o sovrano, noi siamo pronti a ricevere ogni bene, ma soltanto se nella tua mano generosa noi possiamo riconoscere la santa mano di Cristo. E alla tua domanda che puoi tu fare per noi, eccoti la nostra precisa risposta: confessa, qui ora davanti a noi, Gesù Cristo Figlio di Dio che si è incarnato, che è resuscitato e che verrà di nuovo; confessalo e noi ti accoglieremo con amore, come il vero precursore del suo secondo glorioso avvento».
Egli tacque e piantò lo sguardo nel volto dell’imperatore. In costui avveniva qualche cosa di tremendo. Nel suo intimo si stava scatenando una tempesta infernale, simile a quella che aveva provato nella notte fatale. Aveva perduto interamente il suo equilibrio interiore e tutti i suoi pensieri si concentravano nel tentativo di non perdere la padronanza di se stesso anche nelle apparenze esteriori e di non svelare se stesso prima del tempo. Fece degli sforzi sovrumani per non gettarsi con urla selvagge sull’uomo che gli aveva parlato e sbranarlo coi denti. A un tratto sentì la voce ultraterrena a lui ben nota che gli diceva: “Taci e non temere nulla”. Egli rimase in silenzio. Pero il suo volto, rabbuiato e col pallore della morte, era divenuto convulso, mentre i suoi occhi sprizzavano scintille. Frattanto durante il discorso dello starets Giovanni il gran mago che stava seduto tutto ravvolto nel suo ampio mantello tricolore che ne nascondeva la porpora cardinalizia, sembrava occupato a compiere sotto di esso arcane manipolazioni, i suoi occhi dallo sguardo concentrato scintillavano e le sue labbra si movevano. Dalle finestre aperte del tempio si scorgeva avvicinarsi un’enorme nuvola nera. Lo starets Giovanni che non staccava i suoi occhi sbigottiti e spaventati dal volto dell’imperatore rimasto ammutolito a un tratto diede un sussulto per lo spavento e voltandosi indietro gridò con voce strozzata: «Figlioli, è l’Anticristo!». Nel tempio scoppiò un tremendo colpo di tuono e simultaneamente si vide saettare una folgore enorme a forma di cerchio che avviluppò il vegliardo. Per un istante tutti rimasero come annichiliti e quando i cristiani si furono ripresi dallo stordimento, lo starets Giovanni giaceva a terra cadavere.

L’imperatore, pallido ma calmo, si rivolse all’assemblea dicendo: «Voi avete veduto il giudizio di Dio. Io non volevo la morte di alcuno, ma il mio Padre celeste vendica il suo figlio prediletto. La questione è risolta. Chi oserà contestare i voleri dell’Altissimo? Segretari! Scrivete: il concilio ecumenico di tutti i cristiani, dopo che il fuoco venuto dal cielo ebbe folgorato un insensato avversario della maestà divina, riconosce all’unanimità il regnante imperatore di Roma, come suo capo e supremo sovrano». A un tratto una parola squillante e distinta si propagò per il tempio: «Contradicitur». Il papa Pietro II si alzò in piedi e col volto imporporato, tutto tremante di collera, sollevò il pastorale in direzione dell’imperatore: «Nostro unico Sovrano è Gesù Cristo, il Figlio del Dio vivente. Ma ciò che tu sei l’hai sentito. Vattene da noi Caino fratricida! Via da noi, vaso del demonio! Per l’autorità di Cristo, io, servo dei servi di Dio, ti scaccio per sempre dal recinto divino, cane schifoso, e ti consegno al padre tuo, Satana! Anatema, anatema, anatema!». Mentre egli parlava, il gran mago si agitava inquieto sotto il suo mantello: più fragoroso dell’ultimo anatema rimbombò un colpo di tuono e l’ultimo papa cadde a terra inanimato. «Così per mano del padre mio periscono i miei nemici», disse l’imperatore. «Pereant, pereant!», si misero a gridare tremanti i principi della Chiesa. Egli si volse e, appoggiandosi alla spalla del gran mago uscì lentamente dalla porta che stava dietro il palco, accompagnato dalla folla dei suoi seguaci. Nel tempio eran rimasti i due cadaveri e un cerchio ristretto di cristiani mezzo morti dalla paura. L’unico che non aveva perduto il suo sangue freddo era il professor Pauli. Il terrore generale pareva stimolare tutte le forze del suo spirito. Era mutato anche nel suo aspetto esteriore e aveva assunto un’aria maestosa e ispirata. Con passo risoluto, salì sul palco e, sedutosi su uno dei seggi lasciati liberi dai segretari di stato, prese un foglio di carta e si mise a scrivere. Quando ebbe terminato, si alzò in piedi e a voce alta lesse: «Alla gloria del nostro unico Salvatore Gesù Cristo. Il concilio ecumenico delle chiese di Dio, riunito a Gerusalemme, poiché il nostro beatissimo fratello Giovanni, rappresentante della cristianità orientale, ha convinto il grande impostore e nemico di Dio di essere l’autentico Anticristo, predetto dalla Sacra Scrittura e poiché il nostro beatissimo padre Pietro, rappresentante della cristianità occidentale, con la scomunica lo ha secondo legge e giustizia scacciato per sempre dalla Chiesa di Dio oggi davanti ai corpi di questi due martiri della verità, testimoni di Cristo, delibera: di rompere ogni rapporto con lo scomunicato e la sua esecrabile accozzaglia, di ritirarsi nel deserto e attendere l’immancabile venuta del nostro vero sovrano Gesù Cristo» Una grande animazione s’impadronì della folla ed echeggiarono voci possenti che dicevano: «Adveniat, adveniat cito! Komm, Herr Jesu, komm!».
Il professor Pauli aggiunse ancora un poscritto e poi lesse. «Approvando all’unanimità questo primo ed ultimo atto dell’ultimo concilio ecumenico, apponiamo le nostre firme» e fece un gesto d’invito all’assemblea. Tutti si affrettarono a salire sul palco e a firmare. Alla fine lui pure firmò a grossi caratteri gotici: Duorum defunctorum testium locum tenens Ernst Pauli. «Ora andiamocene con la nostra arca dell’alleanza dell’ultimo Testamento! », disse indicando i due cadaveri.

I corpi furono issati su barelle. Lentamente al canto di inni in latino in tedesco e in slavonico ecclesiastico, i cristiani si avviarono alla porta di Haram-es-Scerif. Qui il corteo fu fermato da un messo dell’imperatore, un segretario di stato, accompagnato da un ufficiale con un plotone della guardia. I soldati si schierarono presso la porta e da un podio il segretario di stato lesse quanto segue: «Ordine di sua maestà divina: per istruire il popolo cristiano e metterlo in guardia contro uomini malintenzionati fomentatori di discordie e di scandali, abbiamo ritenuto opportuno disporre che i corpi dei due sediziosi, uccisi dal fuoco del cielo, siano esposti in pubblico nella strada dei Cristiani (Haret-en-Nazàra) vicino alla porta principale del tempio di questa religione chiamata Santo Sepolcro o altrimenti Resurrezione, perché tutti possano persuadersi della realtà della loro morte.
I loro ostinati partigiani, poiché malignamente respingono ogni nostro beneficio e da insensati chiudono gli occhi davanti alle evidenti manifestazioni della Divinità stessa, grazie alla nostra misericordia e alla nostra intercessione presso il Padre celeste, sono esenti dalla pena di morte, mediante il fuoco del cielo, che si sono meritata e rimangono in completa libertà, con l’unica proibizione per il bene comune, di abitare nelle città e negli altri luoghi popolati affinché non possano sviare e sedurre con le loro malvagie invenzioni la gente ingenua e semplice». Quando ebbe finito, otto soldati a un cenno dell’ufficiale si avvicinarono alle barelle dove giacevano i corpi.

«Si compia ciò che è scritto», disse il professor Pauli, e i cristiani che portavano le barelle le cedettero senza una parola ai soldati i quali si allontanarono dalla porta di nord-ovest; dal canto loro i cristiani, uscendo dalla porta di nord-est, si diressero rapidamente dalla città verso Gerico, passando accanto al monte degli Ulivi, per la strada che i gendarmi e due reggimenti di cavalleria avevano in precedenza sgombrato dalla folla del popolo. Essi decisero di aspettare alcuni giorni, sulle colline deserte vicino a Gerico. L’indomani mattina giunsero da Gerusalemme dei pellegrini cristiani loro amici e raccontarono ciò che era accaduto a Sion. Dopo il pranzo di corte, tutti i mèmbri del concilio erano stati convocati nell’immensa sala del trono (dove si supponeva sorgesse il trono di Salomone) e l’imperatore, rivolgendosi ai rappresentanti della gerarchia cattolica, aveva dichiarato che il bene della Chiesa esigeva da essi l’immediata elezione di un degno successore dell’apostolo Pietro, ma che nelle presenti circostanze di tempo l’elezione doveva avvenire con procedura sommaria. La presenza di lui, l’imperatore, capo e rappresentante di tutto il mondo cristiano, valeva largamente a compensare l’omissione delle formalità rituali, e che in nome di tutti i cristiani, egli proponeva al Sacro Collegio di eleggere il suo diletto amico e fratello Apollonio, affinché lo stretto legame esistente fra loro rendesse duratura e indissolubile l’unione della Chiesa con lo Stato per il bene comune. Il Sacro Collegio si ritirò in una camera particolare per il conclave e dopo un’ora e mezzo ritornò col nuovo papa Apollonio. Frattanto mentre si procedeva all’elezione, l’imperatore con parole piene di dolcezza, saggezza ed eloquenza, cercava di persuadere i rappresentanti degli ortodossi e degli evangelici a mettere fine ai vecchi dissidi in vista di una nuova grande epoca storica del cristianesimo, rendendosi garante con la sua parola che Apollonio avrebbe saputo abolire una volta per sempre gli abusi storici del potere papale. Convinti da queste sue parole, i rappresentanti dell’ortodossia e del protestantesimo avevano steso l’atto di unione delle Chiese e quando Apollonio comparve nella sala con i cardinali tra le grida di giubilo di tutta l’assemblea, un vescovo greco e un pastore evangelico gli presentarono il loro documento. «Accipio et approbo et laetificatur cor meum», disse Apollonio apponendo la sua firma. «Io sono del pari un vero ortodosso e un vero evangelico, come sono un vero cattolico» — aggiunse egli, scambiando un amichevole abbraccio col Greco e col Tedesco. Poi si avvicinò all’imperatore, il quale lo abbracciò e lo tenne a lungo tra le braccia. In quel momento dei puntini luminosi cominciarono a volteggiare in tutte le direzioni nel palazzo e nel tempio; essi ingrandirono e si mutarono in ombre luminose di esseri strani; fiori mai veduti sulla terra cadevano dall’alto, riempiendo l’aria di un profumo arcano. Si diffondevano dall’alto deliziosi suoni di strumenti musicali fino allora sconosciuti che andavan dritto all’anima e afferravano il cuore, mentre voci angeliche di invisibili cantori glorificavano i nuovi sovrani del cielo e della terra. Frattanto uno spaventoso rumore sotterraneo echeggiava nell’angolo nord-ovest del palazzo centrale, sotto il kubbet-el-aruach vale a dire sotto la cupola delle anime, dove secondo la tradizione musulmana, si trova l’entrata dell’inferno. Quando gli astanti, su invito dell’imperatore, si mossero verso quella parte, tutti intesero chiaramente innumerevoli voci acute e penetranti — mezzo fanciullesche e mezzo diaboliche — che esclamavano: «È giunta l’ora, liberateci o salvatori, o salvatori!». Ma quando Apollonio stringendosi verso la rupe, per tre volte gridò verso il basso qualcosa in una lingua sconosciuta, le voci tacquero e il rumore s’interruppe. Frattanto una folla immensa di popolo proveniente da tutte le parti, aveva circondato Haram-es-Scerif. Al calar della notte l’imperatore, col nuovo papa, aveva fatto la sua apparizione sulla gradinata orientale, sollevando «una tempesta di entusiasmo». Egli salutò affabilmente in tutte le direzioni, mentre Apollonio traeva da grandi canestri, postigli innanzi dai cardinali segretari, e lanciava in aria senza interruzione magnifiche candele romane, razzi e fontane di fuoco che accendendosi al tocco delle sue mani si trasformavano in perle fosforescenti e in luminosi arcobaleni; tutto questo toccando terra si mutava in innumerevoli fogli di carta di vari colori, con indulgenze plenarie senza condizioni per tutti i peccati passati, presenti e futuri. L’esultanza popolare sorpassò ogni limite. A dire il vero alcuni affermavano di aver visti coi propri occhi quei fogli d’indulgenza trasformarsi in rospi e serpenti estremamente schifosi. Nondimeno l’enorme maggioranza della gente andava in visibilio e la festa popolare si protrasse ancora alcuni giorni; durante questo tempo il nuovo papa-taumaturgo arrivò a compiere dei prodigi così sbalorditivi e incredibili che sarebbe del tutto inutile darne una narrazione. Nello stesso tempo sulle alture deserte di Gerico i cristiani si dedicavano al digiuno e alla preghiera. La sera del quarto giorno sull’imbrunire, il professor Pauli e nove compagni, cavalcando degli asini e trainando una carretta, penetrarono in Gerusalemme; passando per vie traverse, vicino a Haram-es-Scerif, sboccarono a Haret-en-Nazàra e raggiunsero l’entrata del tempio della Resurrezione, dove sul pavimento giacevano i corpi di papa Pietro e dello starets Giovanni. A quell’ora la via era deserta: tutta la città al completo si era riversata a Haram-es-Scerif. I soldati di guardia erano immersi in un sonno profondo. I nuovi arrivati trovarono che i corpi non erano stati toccati dal processo di decomposizione e addirittura non erano diventati rigidi e grevi. Li issarono su barelle, li ricoprirono con mantelli che avevano E portato con sé e, percorrendo le stesse vie traverse, ritornarono dai loro fratelli, ma non appena ebbero posate a terra le barelle lo spirito della vita rientrò nei due morti. Essi si agitarono, cercando di sbarazzarsi dei mantelli che li avviluppavano. Tutti presero ad aiutarli con grida di gioia e ben presto i due resuscitati si alzarono in piedi sani e salvi. E il redivivo starets Giovanni prese così a parlare: «Ecco dunque, figlioli miei, che noi non ci siamo lasciati. Ed ecco ciò che vi dirò adesso: l’ora è giunta che si adempia l’ultima preghiera di Cristo per i suoi discepoli: che essi siano uno, come Lui stesso col Padre è uno. Così per questa unità in Cristo, figlioli miei, veneriamo il nostro carissimo fratello Pietro. Gli sia concesso finalmente di pascere le pecore di Cristo. Proprio così, fratello! ». Ed egli abbracciò Pietro. A questo punto si avvicinò il professor Pauli: «Tu es Petrus!» — disse rivolto al papa —. «Jetzt ist es ja gründlich erwiesen und ausser jeden Zweifel gesetzt». Gli strinse forte la mano con la destra, mentre tendeva la sinistra allo starets Giovanni, dicendogli: «So also, Väterchen, nun sind wir ja Eins in Christo». Così si compì l’unione delle Chiese nel cuore di una notte oscura, su un’altura solitaria. Ma l’oscurità della notte venne a un tratto squarciata da un vivido splendore e in cielo apparve il grande segno: una donna vestita di sole, con la luna sotto i piedi e sul capo una corona di dodici stelle. L’apparizione restò per qualche tempo immobile, poi si mosse lentamente verso sud. Il papa Pietro alzando il pastorale, esclamò: «Ecco la nostra insegna! Andiamo sulle sue orme!». Ed egli si incamminò nella direzione indicata dall’apparizione insieme ai due vegliardi e a tutta la folla dei cristiani, verso il monte di Dio, verso il Sinai…

(A questo punto il lettore si ferma).

La Dama. Perché dunque non continuate?

Il Signor Z. Il manoscritto non va più avanti. Il padre Pansofio non ha potuto portare a termine il suo racconto. Già ammalato mi narrava ciò che aveva in mente di scrivere in seguito — «non appena sarò guarito» — diceva. Ma non guarì e la parte finale del suo racconto è sepolta con lui nel monastero di Danilovo.

La Dama. Ma voi ricorderete certamente quello che vi ha narrato: raccontatecelo dunque.

Il Signor Z. Ne ricordo soltanto i tratti principali. Dopo che i capi spirituali e i rappresentanti della cristianità si furono ritirati nel deserto dell’Arabia, dove da ogni parte affluirono a loro folle di fedeli zelatori della verità, il nuovo papa poté senza alcun ostacolo corrompere, attraverso i suoi prodigi e miracoli, tutto il resto dei cristiani superficiali che non si erano ricreduti circa l’Anticristo. Egli dichiarò che, con la potenza delle sue chiavi, aveva aperto le porte fra il mondo terrestre e quello d’oltretomba e in effetti divenne un fenomeno abituale la comunicazione dei vivi coi morti e anche degli uomini coi demoni; inoltre si svilupparono nuove forme inaudite di orgia mistica e di demonolatria. Ma non appena l’imperatore cominciò a credere di essere saldamente sistemato in campo religioso e dopo che sotto la pressante suggestione della misteriosa voce «paterna» ebbe a dichiararsi unica e vera incarnazione della divinità suprema universale, gli capitò una disgrazia nuova da parte di chi nessuno si sarebbe aspettato: si erano ribellati gli Ebrei. Questo popolo, il cui numero aveva raggiunto a quel tempo i trenta milioni di individui, non era del tutto estraneo alla preparazione e all’affermazione dei successi universali del superuomo. Quando si era trasferito a Gerusalemme, aveva fatto segretamente correre la voce nei circoli ebraici che il suo obiettivo principale era di stabilire il dominio di Israele su tutto il mondo; e allora gli Ebrei lo avevano riconosciuto come il Messia e la loro entusiastica dedizione per lui non ebbe limiti. All’improvviso si erano ribellati spirando collera e vendetta. Questo brusco voltafaccia, senza dubbio predetto e dalla Scrittura e dalla tradizione, è presentato da padre Pansofio forse con eccessiva semplicità e soverchio realismo. Il fatto si è che gli Ebrei, i quali ritenevano l’imperatore come un perfetto israelita per razza, avevano scoperto per caso che egli non era nemmeno circonciso. Quello stesso giorno a Gerusalemme e l’indomani in tutta la Palestina scoppiò la rivolta. La dedizione ardente e senza limiti verso il salvatore di Israele e il Messia annunciato si tramutò in un odio altrettanto ardente e senza limiti nei confronti dell’astuto truffatore e dello sfrontato impostore. Tutto l’ebraismo si sollevò come un solo uomo e i suoi nemici scopersero con sorpresa che l’anima di Israele nel suo fondo non vive di calcoli e delle bramosie di Mammona, ma della forza di un sentimento sincero, nella speranza ed il corruccio della sua eterna fede messianica. L’imperatore che non si aspettava una simile esplosione così all’improvviso, perdette la padronanza di se stesso ed emanò un decreto che condannava a morte tutti i ribelli ebrei e cristiani. Molte migliaia e decine di migliaia di uomini che non avevano fatto in tempo ad armarsi, furono spietatamente massacrati. Ma ben presto un esercito di un milione di Ebrei si impadronì di Gerusalemme e costrinse l’Anticristo a rinchiudersi in Haram-es-Scerif. Questi non aveva a sua disposizione che una parte della guardia e non poteva spuntarla contro la massa dei nemici. Mediante le arti magiche del suo papa, l’imperatore riuscì a filtrare attraverso le linee degli assedianti e ben presto egli ricomparve in Siria, alla testa di uno sterminato esercito di pagani di varie razze. Gli Ebrei, anche se le probabilità di vittoria erano scarse, gli mossero incontro. Ma non appena le avanguardie dei due eserciti ebbero iniziato il combattimento, ecco che si produsse un terremoto di inaudita violenza; sotto il Mar Morto, presso il quale si erano schierate le truppe imperiali, si aperse il cratere di un enorme vulcano e torrenti di fuoco, fusi insieme in un lago di fiamme, inghiottirono lo stesso imperatore, tutte le sue innumerevoli schiere ed il suo inseparabile compagno, il papa Apollonio, cui la magia non recò alcun soccorso. Frattanto gli Ebrei corsero a Gerusalemme, spaventati e tremanti, invocando la salvezza del Dio di Israele. Quando la santa città apparve ai loro occhi, un grande baleno squarciò il cielo da oriente a occidente ed essi videro il Cristo che scendeva loro incontro, in veste regale, con le piaghe dei chiodi sulle mani distese. Intanto dal Sinai si mosse verso Sion la folla dei cristiani guidati da Pietro, Giovanni e Paolo, mentre da altre parti accorrevano altre folle entusiaste: erano tutti gli Ebrei e tutti i cristiani mandati a morte dall’Anticristo. Erano risuscitati e si accingevano a vivere con Cristo per mille anni. È con questa visione che il padre Pansofio voleva finire il suo racconto che aveva per soggetto non già la catastrofe dell’universo, ma soltanto la conclusione della nostra evoluzione storica: l’apparizione, l’apoteosi e la rovina dell’Anticristo.

L’Uomo Politico. E voi pensate che questa conclusione sia tanto prossima?

Il Signor Z. Be’, sulla scena vi saranno ancora molte chiacchiere e vanità, ma il dramma è già stato scritto interamente da un pezzo sino alla fine e non è permesso né agli spettatori né agli attori di apportarvi alcun mutamento.

La Dama. Ma in definitiva quale è il senso di questo dramma? Non capisco infatti perché il vostro Anticristo nutra tanto odio verso Dio, mentre in fondo è buono e non cattivo!

Il Signor Z. Il fatto è che in fondo non è buono. E in questo sta tutto il senso del dramma. Io ritiro le parole che ho detto in precedenza e cioè «che l’Anticristo non si spiega coi soli proverbi». Per spiegarlo integralmente basta un solo proverbio e per di più di un’estrema semplicità: «Non è tutto oro ciò che luccica». Lo splendore di un bene artefatto non ha nessuna forza.

Il Generale. Vogliate però notare su quale evento cala il sipario di questo dramma storico: sulla guerra, sullo scontro di due eserciti! Ed ecco che il termine del nostro colloquio si è rifatto all’inizio. Che ve ne pare principe?… Santi del cielo! ma dov’è il principe?

L’Uomo Politico. Ma non avete osservato? Se n’è andato alla chetichella nel momento patetico, quando lo starets Giovanni metteva l’Anticristo con le spalle al muro. Allora non ho voluto interrompere il racconto e in seguito mi è passato di mente.

Il Generale. Quanto è vero Iddio è scappato per la seconda volta. Ha saputo dominarsi. Però non ha saputo resistere. Ah, Dio mio!

 

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