Leona Lewis – Glassheart – la recensione

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Il nostro Giudizio

Conosciuta per la sua trionfale vittoria ad X-Factor UK del 2006 e per grandi successi quali “Bleeding Love” e “Better In Time”, anche la giovane Leona Lewis arriva alla pubblicazione del suo terzo album di inediti, “Glassheart”.
Travagliato il rilascio di quest’album a causa di diversi rimandi della data di uscita: prima il flop totale di quello che doveva essere il primo singolo ufficiale – “Collide” – che ha avuto anche problemi legali legati al copyright per aver campionato, senza citare nei credits, un brano del dj svedese Avicii (è stato usata alla fine solo come ultima traccia della Versione Deluxe di Glassheart, nella versione remix di Afrojack); poi i problemi con la casa discografica in estate e infine il rilascio prima in UK/Irlanda ad Ottobre e poi nel resto del mondo a fine Novembre ; in Italia l’album è uscito solo in versione digitale per ora.

20121208-154759.jpgA giudicare il trend euro-dance di Collide, ci si aspettava un cambiamento abbastanza radicale di Leona per quest’album, invece pare ci sia stato un retro-front: a parte alcune tracce iper-prodotte che presentano i nuovi suoni della dance in voga ora, il resto sembra tutto molto in “stile Leona”, se di stile si può parlare. La giovane interprete si è sempre contraddistinta per la sua grande potenza vocale, una delle migliori dell’ultimo decennio pop, ma mai per la sua personalità: è una vocalist tendente al bel canto della ballata pop proprio come tra gli anni ottanta e novanta lo furono Mariah Carey, Whitney Houston o Céline Dion, ma non è mai riuscita ad andare oltre, o l’ha fatto con risultati poco credibili. Tra l’altro, è tipico della Lewis dare ai suoi pezzi connotati di forte tensione emotiva, quasi lamentosa, che la rendono strettamente legata al genere della ballata, in particolare a quella d’amore struggente, ecco anche perché sembrava quasi inadatta in un brano dance come Collide; diciamolo: Leona Lewis non è un’artista fatta per la dance.
Sicuramente, ponendosi nelle mani di buoni produttori, qualcosa può cambiare e Glassheart ne è la prova. I momenti più up-tempo (o potremmo definirli meno ballata) sembrano tra i più interessanti; grazie all’uso di tracce di moderno dubstep e progressive, in questi brani si è cercato di “svecchiare” il sound troppo morbido e cristallizato che contraddistingue la giovane cantante inglese: dalla title track “Glassheart”, dal suono garage-dance, prodotta da Ryan Tedder (già collaboratore di diverse tracce della Lewis, tra cui “Bleeding Love”), alla malinconica “Come Alive”, scritta e prodotta da T Fraser Smith (Adele, Britney Spears), che è il produttore esecutivo dell’intero progetto. Sembra avere un certo appeal la mid-tempo vagamente urban “Favourite Scarf”, anche questa sotto la produzione di Tedder; più maliziosa anche nel testo, la Lewis si dà una scossa in “Shake You Up”, canzone dal sapore anni ottanta grazie anche ai beat dello xylofono, prodotta da Rodney Jerkins in arte Darkchild (Destiny’s Child, Whitney Houston, Jennifer Lopez, Nelly Furtado).
Il resto dell’album sembra un riciclo, in qualità anche inferiore, di quello a cui Leona ci ha abituato: “Trouble”, il primo singolo, è una mid-tempo ballad scritta da Emeli Sandé e sembra ricalcare esattamente lo stile vocale dell’autrice, confermando la poca personalità vocale della Lewis; la dolce “Un Love Me”, introdotta da una delicata melodia al piano, invece ricorda una qualunque ballad di Echo (il secondo album), pur essendo un brano molto valido, mentre “Lovebirds” (il secondo singolo) riprende una metrica e degli accordi simili a “Better In Time”. Senza lode né infamia scivolano gli altri pezzi: leggeri, pop, mid-tempo ballads, ma non lasciando tracce memorabili. L’unica ballata che pare possa avere un reale potenziale, “Fingerprints”, poi nel concreto non ha mai un momento di rimarco particolare, come invece avevano le tante ballate dei suoi due album precedenti. Interessante però è la parte con i cori alla fine della eterea “Fireflies”.
20121208-154955.jpgAnche i temi dei testi di quest’album tornano ad essere quelli delle struggenti storie d’amore e la loro fine, anzi in quest’album si connotano talvolta di tinte più fosche: il pessimismo parte dal singolo “Trouble”: “I told you you should never follow me, But here we are, and you’re in too deep. I’m a whole lot of trouble”; continua con “Come Alive”, che inizia con “I don’t mind if it rains for a century, I don’t mind the rain”; anche in “I To You” vediamo la triste visione futuristica di una Leona tutta casa-e-famiglia in crisi matrimoniale: “What am I to you? Don’t tell me, don’t kill me now.”

Tirando le somme, ci si aspettava di peggio da Glassheart, visto gli inizi poco felici; invece tutto sommato è un buon album pop, fatto sicuramente per cercare di migliorare le sorti della carriera della Lewis che pare non più brillare come ai tempi d’oro del primo album. Alla luce del fatto che le potenzialità tecniche le possiede tutte, ci si augura soltanto che possa trovare per un prossimo album una personalità e un suono tutto suo.

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